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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

Ambiente e territorio

Il grande poeta Salvatore Quasimodo colse la bellezza del paesaggio di Siliqua, tanto che gli dedicò una lirica dal titolo ''Sardegna''. Le ricchezze ambientali del territorio nell'ottocento sono evidenziate nel ''Dizionario geografico-storico-statistico...'' di Angius-Casalis: ''sono frequentissime macchie ed alberi di varie specie; nelle montagne abbondano i ghiandiferi […] il selvaggiume è moltiplicato assai nelle stesse regioni silvestri. Le specie sono cervi, daini, cinghiali, volpi […] l'uccellame è abbondante […] Ne' suddetti rivi si trovano anguille e trote''.

Ambiente e territorio

Siliqua dall'alto

Il paese ha sempre vissuto in simbiosi con il Cixerri, che forniva cibo, acqua, materiali da costruzione, anche se talvolta diveniva un nemico che invadeva e distruggeva le case con la sua furia. A seguito dei lavori di bonifica degli anni ottanta del secolo scorso, il fiume è oggi sdoppiato. Il vecchio ramo s'arriu de s'areni, che fiancheggia il centro abitato a meridione, futuro parco fluviale, conserva caratteristiche ambientali uniche e bellissimi angoli di natura incontaminata, dove il frassino, il pioppo bianco e i salici dominano tra le specie vegetali ed è possibile osservare tartarughe di fiume (emys orbicularis) che fanno capolino tra le ninfee di Perda Piscina. L'avifauna è ricchissima anche nel corso del fiume bonificato, dove tra la vegetazione ripariale è facilissimo scorgere gli aironi cinerino, rosso, guardabuoi, la garzetta, il martin pescatore e, sollevando gli occhi, il volo del falco di palude. La strada di Bau Solanas collega il rione san Giuseppe con la località ''Is bingias'', dove tantissimi siliquesi possiedono un piccolo vigneto, adatto per le necessità familiari e per trascorrere il tempo libero.

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Fiume Cixerri

A poche centinaia di metri a sud di Perda Piscina, in località Serra Masì, vicino al sito archeologico omonimo, costituito da alcune tombe appartenenti alla cultura di Bonnanaro, si trova l'ultimo lembo compatto di foresta planiziaria che un tempo ricopriva gran parte della valle del Cixerri. Il bosco, dell'estensione di circa cinque ettari, è costituito da maestosi esemplari di frassino (fraxinus oxyphillus) con un sottobosco ricchissimo di specie vegetali. Il sito è stato definito molto importante e meritevole di tutela dall'Istituto di botanica dell'Università di Cagliari.

Continuando l'itinerario verso sud, tra campi coltivati e greggi al pascolo, si arriva in località san Giacomo. La piccola chiesa omonima fronteggia colline punteggiate da perastri e olivastri secolari. Dietro la chiesetta si trovano invece alcuni esemplari di lentischio di dimensioni eccezionali. La località è ricca di testimonianze storiche e archeologiche, soprattutto di epoca medievale. Nelle vicinanze si trovano un'azienda agrituristica biologica dove è possibile soggiornare e gustare le specialità locali, un bed&breakfast e un campo di volo che offre escursioni aeree per vedere il territorio da un'angolatura insolita.

Se si prende la strada provinciale in direzione est, si arriva in pochi minuti in località Zinnigas, nota per la sorgente (Sa mitza de Migheli) che alimenta uno stabilimento per l'imbottigliamento di acque minerali. Qui fino agli anni sessanta esisteva l'orto Zinnigas, descritto da G. Strafforello, ''…i cui aranci sono reputati i migliori della Sardegna e non la cedono per squisitezza a questi della Sicilia…'' . L'orto era di proprietà comunitaria di numerose famiglie che vi possedevano anche solo pochi alberi. Vicino allo stabilimento c'è un piazzale con alcune fontanelle utilizzate dalla popolazione per fare scorta dell'ottima acqua oligominerale.

Dal piazzale parte un sentiero che porta al bosco di Nanni Lai-Narbonis aresus, costituita da lecci, sughere e macchia alta e percorsa da numerose mulattiere una volta utilizzate dai carbonai. La zona è contigua al cantiere forestale di Campanasissa e al Monte Orri (723 metri), la cima più alta della parte occidentale dei monti del Sulcis. Da Narbonis aresus parte una strada molto panoramica dalla quale si gode una visione d'insieme dei monti del Sulcis e di una vastissima foresta di eucalipti di proprietà comunale. Dopo alcuni chilometri, passando sotto il viadotto della ex ferrovia Siliqua-Calasetta in località Bacu de Moi, la strada si immette sulla strada statale 293.

Procedendo in direzione Giba si arriva in poco tempo alla diga di Bau Pressiu, presso la quale corre il confine comunale. Un poco prima troviamo il rettilineo di Campanasissa. A sinistra, presso i ruderi della vecchia stazione delle FMS, parte una carrareccia che dopo alcuni chilometri porta in località Truba Manna, in una zona ricca di boschi e di siti di archeologia mineraria. A destra, fiancheggiando la cantoniera ANAS, si arriva al cantiere forestale di Campanasissa, su una strada in parte carrabile che porta al Monte Orri e quindi alle zone di archeologia mineraria di Orbai (Villamassargia) e di monte Rosas (Narcao).

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Fiore del cisto

Dalla stessa statale 293, percorsa in direzione Siliqua, svoltando a destra in una strada sterrata in discesa, si entra nel bosco di eucalipti ex Boscosarda. Il bosco, il cui impianto risale ai primi anni sessanta del ventesimo secolo, si estende per circa mille ettari ed è probabilmente il più grande eucalipteto della Sardegna. Percorrendo la strada non possiamo fare a meno di notare che pian piano la vegetazione mediterranea, sradicata quarant'anni fa per far posto all'eucalipto, sta riprendendo il suo posto. Filliree, lecci, corbezzoli, eriche e ginepri formano ormai una macchia sempre più fitta.

Giunti in località Camboneddu, dove ha inizio l'invaso della diga di Medau Zirimilis, abbiamo due opzioni. La prima è risalire il corso del rio Camboni. Lo facciamo volentieri, visto che il sentiero che percorre la stretta gola è bellissimo. In mezzo a una vegetazione fittissima di carrubi, oleandri, filliree e mirti, si attraversa più volte il corso del torrente, sino ad arrivare alla casa Camboni. La costruzione in pietra su due piani e un sotterraneo, risale alla seconda metà del 19° secolo e fino a qualche anno fa sulla facciata recava lo stemma nobiliare del conte Grottanelli, già proprietario di gran parte dei boschi circostanti. Nonostante sia abbandonata da anni, conserva intatto il suo fascino e gli interni in legno.

Siamo appena entrati nel regno del cervo sardo, che non è difficile incontrare. Si osserva inoltre un'insolita foresta di acacie che ha colonizzato il corso del torrente. I primi esemplari di questa essenza furono portati dai carbonai toscani e in vasti tratti essa ha prevalso sulla vegetazione autoctona. Uno sparviero in volo tra gli alberi ci distrae mentre ammiriamo le fioriture di eriche, tra cui la rara erica terminalis. Tornando alla località Camboneddu, la seconda opzione è continuare sulla strada, percorribile solo con mezzi fuoristrada, che dopo un breve tragitto arriva a un bivio che porta a sinistra in località Nanni Uras, dove è possibile ristorarsi presso la sorgente che sgorga in mezzo al bosco di lecci.

Sulla destra proseguiamo verso la valle di Gutturu sa nai. Inizia un percorso nel quale è difficile scorgere il cielo, tanto fitta è la lecceta, dopo vari guadi del fiume, arriviamo sullo spiazzo antistante la dispensa Tonietti, dove è possibile, talvolta, ammirare gli ultimi carbonai al lavoro su quelli che a prima vista sembrano solo dei cumuli di terra a forma semisferica. La lavorazione è quella antica: la legna viene disposta perfettamente a strati, ricoperta da fogliame e quindi dalla terra. Dopo alcune settimane in cui il fumo continua a fuoriuscire dalla sommità, il cumulo viene aperto e il carbone è pronto.

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Monte Arcosu

Guardando la facciata della dispensa, un sentiero a sinistra porta sulla sommità di monte Arcosu, attraverso il bosco di lecci e la macchia alta. L'ascesa non è particolarmente difficile, anche se è richiesta una buona forma fisica. Una volta saliti ai 948 metri della cima, il panorama è unico: a est il Golfo di Cagliari, a nord il Campidano, a nord-est il massiccio dei Settefratelli, a sud i monti del Sulcis, ricoperti dalla foresta di lecci più vasta del Mediterraneo. Seduti all'ombra delle querce, osserviamo il volo di un'aquila. Tornati al punto di partenza (magari dopo una giornata di riposo...) si prende la strada a destra della dispensa. Dopo alcune centinaia di metri, giungiamo a un bivio che a destra porta verso Marrocu e quindi alla valle di Gutturu Mannu (Uta-Assemini); a sinistra la strada comincia a inerpicarsi e a farsi sempre più ripida, fino al valico di Sa gruxitta. Da qui, di fronte a noi, lo sguardo corre alla massiccia mole di monte Arcosu nella sua maestosità e bellezza. Iniziamo la discesa che al termine ci riporterebbe verso Camboni.

Noi proseguiamo invece verso sud. L'ambiente è splendido e la foresta di lecci sembra non avere fine. Nel torrente che ci accompagna costantemente notiamo alcuni esemplari di trota sarda, considerata quasi estinta ma che qui ha trovato un ambiente incontaminato ideale per la sua sopravvivenza. Dopo alcuni chilometri arriviamo all'ampio spiazzo erboso di Barracca sassa, nel quale sorge una bella costruzione in pietra di proprietà del WWF. Il luogo è ideale per fermarsi.

Poco distante sgorga la ''mitza de maurreddu'' e il bosco circostante, se la stagione è propizia, è ricco di funghi. Il percorso continua in direzione sud, seguendo il corso del rio Is fenugus, in una gola stretta e accidentata. Gli oleandri e i gigli di montagna colorano il sentiero, in un susseguirsi di cascatelle, fino ad arrivare alla bellissima cascata di ''Su spistiddadroxiu'', che nei due salti ha un'altezza di oltre trenta metri.

Tornati sulla carrareccia, continuiamo il percorso dal quale partono i sentieri per monte Is caravius (m. 1113) e per monte Lattias (m. 1086). Quest'ultimo ospita un ambiente veramente incontaminato, con notevoli lembi di foresta primaria. Tra le guglie granitiche sopravvivono giganteschi esemplari di quercia e, nel canalone di Su longu fresu, una colonia di tassi, rarissima a queste latitudini.

Abbandonate le cime più alte, riprendiamo la statale 293 in direzione Siliqua. La pianura, che i geologi chiamano la fossa del Cixerri, ''… è ritenuta unica in Italia per le testimonianze delle più antiche fasi continentali del Paleozoico''. Essa è caratterizzata dall'emersione di formazioni rocciose di chiara origine vulcanica, derivate dalla fuoriuscita di materiali eruttivi solidificatisi in breve tempo.

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Una cicogna

La più spettacolare di queste è il domo lavico andesitico di Acquafredda, noto soprattutto per i ruderi del castello omonimo. Il domo che è composto soprattutto di andesite con cristalli di anfibolo, nel 1993 è stato dichiarato monumento naturale con decreto dell'Assessore regionale alla Difesa dell'Ambiente, in quanto ''geotopo che presenta caratteristiche geologiche … ha valore scientifico, biologico, estetico, paesaggistico, storico-culturale, di rappresentatività, di specificità…''. Oltre all'aspetto storico, il colle costituisce un ambiente ricco di specie vegetali, dove spiccano maestosi esemplari di alaterno e vivono numerose specie animali, dai corvi alle taccole al falco grillaio.

Nelle vicinanze del colle sorge la chiesetta campestre di santa Margherita. Da qui riprendiamo la strada del paese, dove meritano senz'altro una visita le chiese di S.Giorgio e S.Anna e il Montegranatico recentemente restaurato. Nei vicoli del centro, antiche case di lardiri, nella loro armoniosà semplicità di linee e di colori sono le ultime testimonianze di una civiltà contadina che vive ormai solo nei ricordi.

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Ambiente e territorio Formato PDF 1275 Kb

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